Editoriale

Dobbiamo incrementare il nostro valore aggiunto

La recente indagine Ismea relativa ai costi di trasformazione dell’industria molitoria ha confermato, pur negli inevitabili limiti riconducibili alla rappresentatività del campione di imprese e al periodo di riferimento, ciò che per noi era già evidente: la redditività del comparto è largamente inferiore, fino a risultare critica per gli impianti di minori dimensioni, rispetto a quello che viene comunemente percepito all’esterno. La situazione appare certamente variegata ma, in via generale, la differenza tra costi e ricavi – che costituisce il reddito di un’azienda – non raggiunge mai livelli paragonabili a quelli medi di altri comparti dell’agroindustria.

Questa condizione sostanzialmente non cambia se si considera il reddito delle aziende a valle dell’industria molitoria, anche se, in questo caso, l’articolazione dei costi di produzione risulta profondamente differente.

Da risolvere con urgenza le forti criticità della produzione primaria

Quanto riportato da Ismea sembra perciò avvalorare la tesi di una filiera che si è progressivamente e complessivamente impoverita in tutti gli anelli che la compongono.
L’ipotesi di una redistribuzione del valore all’interno della wheat chain a favore della parte agricola, da sempre considerata, a torto o a ragione, quella più fragile, costituisce ormai una rivendicazione o, meglio, uno slogan: non è più realistica se non si vuole mettere a serio rischio l’esistenza stessa del comparto industriale e, quindi, dell’insieme delle filiere frumento tenero e frumento duro.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di incrementare il valore aggiunto per ognuna delle fasi produttive della filiera, tenendo presente che lo si può raggiungere solo se saranno superate, in primis, le criticità strutturali della produzione primaria: qualità media della materia prima (insufficiente rispetto alle attuali esigenze dell’industria), inadeguatezza delle strutture di stoccaggio, frammentazione dell’offerta (non in grado di garantire lotti rappresentativi di qualità omogenea)… solo per ricordare i gap più evidenti.

Va privilegiato un approccio pragmatico, non politico

In caso contrario il rischio è di seguire una strada profondamente sbagliata quanto pericolosa: privilegiare un approccio politico basato sulla mera e facile ricerca del consenso immediato, a quello pragmatico che, invece, si pone come intento strategico lo sviluppo armonioso della competitività dell’intera filiera e di tutti gli attori che la compongono. Le esperienze più recenti, mi riferisco in particolare al modo sciagurato con cui è stata affrontata e gestita la questione “etichettatura di origine della materia prima nella pasta”, ne sono l’oggettiva conferma.

 

Cosimo De Sortis

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