Editoriale

Glifosate nelle farine e nelle semole, il consumatore è tutelato

LE TRACCE NEL GRANO TRASFORMATO SI ATTESTANO SEMPRE SU VALORI FINO A 1.000 VOLTE INFERIORI AI LIMITI COMUNITARI

È sempre acceso il dibattito circa l’uso dell’erbicida più diffuso al mondo, il glifosate, impiegato per i trattamenti delle principali produzioni agricole, frumento incluso.
Nel 2016 l’Italia ne ha vietato l’impiego nel periodo pre-raccolta e non è utilizzato dall’industria alimentare.
Un’informazione non sempre corretta ha generato, negli ultimi mesi, un allarme ingiustificato fra i consumatori. L’industria molitoria che, anche su questo fronte, segue analisi di laboratorio rigorose e sistematiche, garantisce che la presenza di tracce di glifosate nel frumento trasformato dai molini italiani si attesta sempre su valori fino a 1.000 volte inferiori ai limiti comunitari, livelli che escludono, quindi, rischi per la salute di chi consuma prodotti a base di farine di frumento tenero o di semole di frumento duro (pane, pizza, pasta).
È, infatti, il caso di sottolineare, ancora una volta, che i molini italiani, nella pianificazione degli approvvigionamenti di materie prime, sono costantemente impegnati nella selezione di grani nazionali ed esteri della migliore qualità, verificando, innanzitutto, la loro conformità alla normativa igienico-sanitaria in vigore in Italia e nell’Unione europea.
L’individuazione dei valori massimi tollerati di residui di prodotti fitosanitari è di esclusiva competenza delle autorità comunitarie e nazionali, che ne stabiliscono i limiti sulla base dei pareri scientifici degli organismi europei e internazionali. Anche nel caso del glifosate, tali limiti, da applicare alle materie prime agricole nazionali e di importazione, sono fissati dalla vigente regolamentazione comunitaria mirata, tra l’altro, a garantire la salute dei consumatori.

L’INDUSTRIA MOLITORIA ESEGUE ANALISI DI LABORATORIO RIGOROSE E SISTEMATICHE

Nel coro delle polemiche sul glifosate, Coldiretti si è schierata contro la presenza di questo erbicida nel grano di importazione, perché ritenuto “potenzialmente cancerogeno”. Non possiamo non rilevare l’ipocrisia della stessa associazione che, a livello europeo, nell’ambito del Copa (il Comitato delle organizzazioni agricole dell’Ue), di cui fa parte, sostiene, invece, la necessità del rinnovo per 15 anni dell’autorizzazione del glifosate per i trattamenti in agricoltura.

GETTARE DISCREDITO SULL’IMPORT DI GRANO È PROPAGANDA

Secondo il Copa, infatti, questa sostanza non presenterebbe problemi di sicurezza e, anzi, sarebbe essenziale per prevenire l’erosione del suolo e per ridurre l’emissione dei gas ad effetto serra.
La posizione palesemente contraddittoria di Coldiretti esigerebbe un chiarimento urgente, peraltro già sollecitato da Italmopa senza ottenere risposta alcuna. L’allarmismo amplificato dall’Associazione degli agricoltori italiani rientra nell’ottica della ormai consueta propaganda strumentale priva di validi riscontri, finalizzata – nel caso specifico – a gettare discredito sulle importazioni di grano, con gravi ripercussioni di immagine per l’industria molitoria e della pasta.
Tutto ciò fingendo di dimenticare che le importazioni di materie prime sono necessarie e imprescindibili per i mugnai italiani, sia per esigenze qualitative che quantitative. E che il grano importato risponde sempre ai requisiti igienico-sanitari previsti dalla normativa vigente.

 

 

Cosimo De Sortis
Presidente di Italmopa

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